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CAPO VATICANO
Si protende tra l'ampia baia del Tuono
Capo Vaticano visto dal mare è un ammasso roccioso bruciato dal sole. Si
protende tra l'ampia baia del Tono e le ospitali insenature di Grotticelle e S.
Maria: qui certo dovettero guardare con fiducia i primi navigatori che solcarono
questo mare. Qui rimangono le tracce più antiche di un insediamento umano.
Sull'acrocoro che domina la baia di S. Maria una spedizione archeologica della
sovrintendenza alle antichità della Calabria nel 1975 ha rilevato le mura
perimetrali di un nucleo abitato del quale sono state individuate tracce in
residui di edifici adibiti a templi e in una vasta necropoli dalla quale sono
stati prelevati reparti di notevoli interesse. Tutta la zona dell'acrocoro è
stata posta sotto vincolo dal ministero per i beni culturali e ambientali sia
per l'importanza archeologica sia per quella paesaggistica. Ma la sfrenata corsa
del cemento armato ha superato ogni divieto e là dove nel VII-VI secolo avanti
Cristo i coloni greci avevano scelto una loro dimora, oggi sorgono impianti
turistici del tutto ignari di un passato che ancora le pietre raccontano. I dati
del cantiere archeologico del 1975 sono disponibili presso la sovrintendenza di
Reggio Calabria, dove si trovano pure i reperti (non ancora in esposizione),
mentre nel museo di Nicotera è possibile vedere oggetti ritrovati nella zona. I
risultati degli scavi ultimi evidenziano un vasto insediamento del IV-III secolo
avanti Cristo con residui di ville d'epoca romana e una fornace con un deposito
di anfore granarie in grandissima quantità sommerse da uno strato alluvionale
proveniente dal vicino torrente. Fu appunto quando i mezzi meccanici che
operavano per spianare il terreno misero in luce un enorme cumulo di anfore che
la sovrintendenza intervenne chiarendo la situazione storica del territorio in
epoca romana e confermando la tesi qui sempre praticata in un emporio marittimo.
La rilevazione che le anfore sono tutte dello stesso tipo ha fatto dedurre che
qui ci fosse solo l'imbarco di prodotti locali (soprattutto cereali), ma che non
ci fosse scambio con merce in arrivo. La difesa costiera, soprattutto nel
periodo delle incursioni saracene, non sempre fu adeguata alla effettiva
necessità di protezione dai pericoli: la popolazione andò spostandosi verso
l'interno, costituendo piccoli nuclei abitati che oggi formano i paesi
distribuiti a grappolo a qualche miglio dal mare. L'antico sistema di difesa
fatto erigere da don Pedro di Toledo, vicerè di Napoli, nel secolo XVI, era
costituito da una serie di torri d'avviso disposte sulla costa a circa tre
chilometri di distanza ciascuna: di alcune di queste è possibile vedere ancora
oggi la struttura più o meno deteriorata, qualcuna (come quella di S. Maria) è
stata demolita. Tuttavia queste torri, pur fornite di personale di guardia -
appena due o tre persone - non davano una vera protezione, ma servivano solo ad
avvisare (da qui il nome di "torri d'avviso") l'imminenza del pericolo in cerca
di rifugio o alle altre torri perchè segnalassero la richiesta di eventuali
aiuti militari. Ai segnali delle torri seguiva il suono delle campane di tutti i
campanili ed era un allarme generale. Questo territorio visse con trepidazione
il periodo delle incursioni e nacquero leggende sui predatori turchi e sulle
belle donne rapite. Ma in realtà le popolazioni di questa zona, dopo alcuni
secoli di progresso economico - tra il sec. XII e il XVII - conobbero la grande
decadenza che ha coinvolto tutto il Regno di Napoli. La ricchezza che aveva
caratterizzato queste popolazioni (intrattenevano rapporti commerciali con la
Sicilia, le Eolie e persino con Venezia) ricche di prodotti agricoli pregiati
(grano, vino, olio), dotate di un porto e di una flottiglia di imbarcazioni
adatte al trasporto (possedevano delle grandi tartane) andò esaurendosi e,
ultimo dei casali di Tropea, Ricadi cede anch'esso alla pressione fiscale. Gli
abitanti di questo territorio hanno avuto col mare un rapporto di odio-amore che
ha contrassegnato la loro vita fino agli anni recenti, quando sembrava a
qualcuno che le belle spiagge non fossero amate e fruite, mentre già dalla fine
del '700 la gente aveva ripreso a vivere lungo la costa e le marine erano
intensamente coltivate e risuonavano di canti nelle varie stagioni. Anche lungo
il litorale di Torre Ruffa, dove la leggenda ha collocato il rapimento di Donna
Canfora (una bella donna rapita dai turchi) la vita della gente riprese a
rifiorire e il mare feceva eco alle dolci canzoni. Fu inaccessibile per
lunghissimi secoli, aspro, selvaggio, arido, abitato solo dalle taccole che
popolano le rocce e dalle volpi; e insieme sacro come tutto ciò che ha
dell'orrido e dell'inaccessibile. Qui si racconta di un'antica profetessa, come
una sibilla, che dava responsi e traeva auspici e ancora oggi lo scoglio che sta
davanti al capo porta il nome greco di "Mantineo" a richiamare queste funzioni
predittive e lo stesso nome del promontorio "Vaticano" è legato all'esercizio di
una attività vaticinante. Forse sotto l'alta roccia passò il profugo Ulisse dopo
aver superato Scilla e Cariddi lontano dagli scogli del pericolo e forse anche
l'abile navigante ebbe responsi favorevoli alla sua avventurosa sete di
conoscere, ma certo era anche nell'antica profezia che questo luogo sarebbe
rifiorito e che la terra arida popolata solo da spinosi ficodindia sarebbe
rinverdita per diventare un giardino, non più inaccessibile, ma splendido
balcone su un mare d'incanto da dove si coglie con un giro di sguardi la linea
dei vulcani nell'ampio mare: Stromboli, Vulcano e l'Etna altissimo nella Sicilia
vicina, e poi lo stretto di Messina e le luci dei fari nella notte, e l'estremo
lembo della Calabria con l'Aspromonte, il monte S. Elia a Palmi, la Piana e qui
vicino il monte Poro che scende rapidissimo nel mare sopra Coccorino, mentre
degrada dolcemente a lunghe balze da Panaia a Ricadi a S. Nicolò e fin
sull'estremità del promontorio.
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